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LA REVOCA DELL'IMMUNITA' A MARINE LE PEN AUMENTA LA SUA PROBABILITA' DI VITTORIA

Il Parlamento europeo ha messo a nudo il leader del Fronte Nazionale e deputato europeo Marine Le Pen della sua immunità parlamentare dopo una richiesta dai procuratori francesi.
I pubblici ministeri a Nanterre vogliono sporgere denuncia contro di lei per "la pubblicazione di immagini violente."
Le accuse portano una multa massima di 75.000 euro ($ 79.000) e una condanna a tre anni di carcere.
Le Pen ha solo condiviso le foto raccapriccianti di Daesh (ISIL / ISIS) mentre uccide con i suoi seguaci su Twitter a dicembre 2015.
"Daesh è QUESTO!" Le Pen ha twittato, insieme a foto grafiche delle esecuzioni di Daesh usate per illustrare il suo punto di vista.
Le tre foto hanno mostrato il corpo decapitato del giornalista James Foley e altri due prigionieri.
Le Pen in seguito ha cancellato le foto dopo una denuncia dai genitori di Foley, ma ha difeso le sue azioni, dicendo che non sapeva chi erano le vittime e che le foto erano facilmente reperibili su internet.
E …

L'EUROPA STA LENTAMENTE PERDENDO I PEZZI


Con l'emergenza immigrazione ci si è accorti che è molto difficile, se non impossibile, trovare una soluzione comune per i tutti i Paesi membri dell'Unione. La libertà di circolazione ora è in pericolo, da Bruxelles lanciano l'allarme e sembra ci siano due mesi per salvare lo Schengen. L'importante è capire se l'Unione Europa stessa verrà salvata. La crisi dei rifugiati ha rappresentato probabilmente l'ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso. L'Europa già da prima non era veramente unita e non aveva una politica comune, tantomeno sull'immigrazione. A Berlino nel frattempo è atteso l'incontro tra Renzi e la Merkel, che probabilmente potrà chiarire un po'la situazione.
Ci aspetta un'Europa divisa in blocchi e completamente disgregata? Che cos'è necessario perché l'Unione europea funzioni? Sputnik Italia ha raggiunto per una riflessione in merito Sergio Romano, editorialista del "Corriere della Sera", scrittore e diplomatico, che dal 1985 al 1989 ha ricoperto il ruolo di Ambasciatore d'Italia a Mosca.
— Sei Paesi dell'Unione europea vogliono "congelare" lo Schengen. Che cosa rischia l'Italia? Non rimarrà isolata e lasciata sola di fronte all'emergenza immigrati?
— Mi sembra molto difficile. Se la Grecia venisse esclusa dall'area Schengen sarebbe un precedente pesante che potrebbe essere usato da qualcuno contro l'Italia. Innanzitutto ho l'impressione che l'Italia abbia svolto un ruolo molto importante e lo abbia svolto bene, con una certa generosità. Non ho l'impressione che a Bruxelles abbiano il coraggio di prendere una decisione in questo senso.
— L'Italia cerca di salvare Schengen ed è contraria al suo congelamento. Qual è l'alternativa però, che cosa si potrebbe fare di concreto di fronte ai continui flussi migratori?
— In Europa non abbiamo una vera politica sull'immigrazione. Non abbiamo capito se si tratta di un'immigrazione contingente provocata dai conflitti, dalle guerre o se si tratta di un fenomeno sociale di lungo periodo. Anche gli stessi sociologi e demografi non hanno le idee molto chiare. È molto probabile che si tratti di un fenomeno sociale di lungo periodo con delle punte ogni qual volta vi è un conflitto o una guerra come nel caso siriano.
Di fronte a un fenomeno di questo genere che cosa bisogna fare? Innanzitutto bisognerebbe partire dalla costatazione che l'Europa ha bisogno di immigrati, perché il tasso di natalità in alcuni Paesi europei è molto basso, come nel caso della Germania e dell'Italia. Gli immigrati servono, altrimenti la società rischia di invecchiare. Non sappiamo inoltre chi pagherà le pensioni, se aumentano sempre più i vecchi e diminuiscono i giovani. Cercare di risolvere il problema restaurando i controlli alle frontiere fra i singoli Paesi dell'Unione Europea non serve assolutamente a nulla, perché ci sarà sempre qualcuno che ci guadagna e qualcuno che ci perde. La Grecia certamente ci perderà, ma non solo, chiunque può perderci e ritrovarsi con un numero troppo elevato di profughi.
— Quale potrebbe essere allora la soluzione?
— Prima di tutto bisogna decidere quanta gente vogliamo. Se avremo un'idea più chiara del contingente di persone di cui abbiamo bisogno, il problema diventerà più abbordabile. Bisogna partire dal principio che se siamo un'unione, il rafforzamento deve essere non della frontiera nazionale, ma di quella esterna. In altre parole, occorre concentrare ogni sforzo sulla frontiera comune.
Per tutti quelli che non vogliamo e non possiamo accogliere, l'unica ipotesi corretta è quella di rafforzare la frontiera comune. Per fare questo bisogna avere innanzitutto una guardia di frontiera europea, vale a dire un corpo europeo che non dipenda dai governi nazionali, bensì da un'autorità europea, che può essere la Commissione e il Consiglio europei. Bisogna che ci sia anche un diritto europeo, perché se abbiamo una frontiera europea veramente comune, i reati che vengono commessi da chi cerca di passare la frontiera non avendone il diritto, devono essere reati europei. Per questo servono tribunali europei.
Puntare sul rafforzamento della frontiera comune significa rinunciare alla propria sovranità su quel tratto di frontiera di cui stiamo parlando. Questo sarebbe un passo decisivo per l'Unione europea, ma alcuni Paesi non sono disposti a farlo.

— Più si è allargata l'Unione europea più si è disgregata. Secondo lei che Europa ci aspetta? Non c'è il rischio che si divida in blocchi: l'Europa del nord, quella dei "nuovi entrati" e quella del sud per esempio?
— Da qualche tempo a questa parte si sta facendo strada in Europa sempre di più la convinzione che occorra fare una distinzione fra quei Paesi che sono disposti a cedere sovranità e quelli che non sono pronti. Qualcuno addirittura sostiene che bisognerebbe tornare al gruppo originario, cioè quello dei 6 Paesi, forse allargato a qualcun'altro, per esempio la Spagna. Questa tesi, certamente difficile da realizzare concretamente, mi sembra che stia facendo strada. Ne trovo qualche cenno negli interventi di Wolfgang Schäuble, il ministro delle finanze tedesco. In così numerosi non si possono realizzare politiche coerenti.
— Lei personalmente che ne pensa della tesi sulla riduzione del numero di Paesi all'interno dell'Unione europea? La trova realizzabile?
— Personalmente la vedo come necessaria, ma ciò non significa che possa essere realizzabile. Anche nei Paesi che sono all'origine del processo europeista vedo dei tentennamenti. Non sono sicuro che la Francia, pur essendo fondamentale per l'unità dell'Europa, sia veramente disposta a fare un passo in avanti così decisivo.
C'è da notare che così non si va da nessuna parte, siamo arrivati a un paradosso. Sappiamo tutti che cosa bisogna fare perché l'Unione europea funzioni meglio: occorrono un governo e un'economia europei, un bilancio europeo più cospicuo, strumenti finanziari europei, dei bond europei probabilmente sono indispensabili. Le singole democrazie europee però non lo fanno, perché sanno che in questo particolare momento i partiti di governo rischiano di non essere eletti dai loro cittadini alla prossima tornata elettorale. Preoccupati di non poter conservare il potere, continuano a non fare le sole cose che potrebbero dare una risposta giusta alla soluzione dei problemi.
— È più facile in questo momento essere contro l'Europa quindi per i propri interessi politici?
— Anche il caso di Renzi è abbastanza interessante. Renzi ha sempre dato l'impressione di essere un buon europeista, di credere nell'Unione europea, ma lui si sta avvicinando a delle elezioni amministrative importanti. Ha molta carne al fuoco per le riforme istituzionali, sa che ci sarà un referendum confermativo per l'abolizione del senato. Il suo problema è restare al potere, vincere le elezioni quando ci saranno. In questi ultimi tempi ha cominciato a dire delle cose che sembrano un po'quelle che dice il Movimento 5 stelle, i leghisti, vale a dire cose che non vanno nel senso dell'integrazione europea, ma nella direzione contraria.
Adesso c'è un incontro importante con la signora Merkel, forse questo riuscirà a chiarire qualche punto.

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